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domenica 9 gennaio 2011

Sono una maestra di sostegno...

... alla scuola elementare ormai da molti anni e ho seguito diversi bambini in situazione di handicap e le loro classi. Ho sempre considerato l’aggiornamento e la preparazione professionale una necessità prima che un dovere. Questo mi ha spinto a mettermi in gioco provando tecniche e metodoligie diverse a seconda delle situazioni pur mantenendo alcuni punti fermi. 

Gli studi che sto effettuando in questo momento mi hanno portato a rivedere alcune metodologie messe in atto negli scorsi anni e a ripensare ad alcune situazioni in cui avrei potuto agire diversamente alle quali dedicherò alcune parti di questo blog. 

I MIEI PUNTI FERMI (un po'"influenzati" dal metodo Emozione di conoscere!)

PARTIRE DA QUELLO CHE C’È    Credo che questo sia davvero fondamentale: osservare i bambini, i colleghi, gli ambienti… e partire da lì. 
  • I bambini, il bambino in situazione di handicap in particolare: è necessario rilevare le sue difficoltà ma è fondamentale partire dai suoi “sa fare”, sottolineando la sua parte positiva, evitando, ad esempio, di farlo esercitare specificatamente su una abilità che non possiede poiché così si rischia di sottolineare l’errore, il deficit, la debolezza trascinando il bambino in un vortice di insuccessi. Senza poi considerare che i soli esercizi portano ad una carenza di motivazione ed attenzione. 
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LUCA

Per Luca scrivere in corsivo è particolarmente difficile e gli richiede molto impegno. All’inizio dell’anno scolastico si delimitava lo spazio in cui doveva scrivere (individuando con colori diversi CIELO, PRATO e TERRA). Si trattava di un esercizio complicatissimo che portava Luca ad impiegare moltissimo tempo a scrivere ed a necessitare una dettatura di lettera per lettera. Tutto questo demotivava Luca e non lo rendeva autonomo. Col passare del tempo il corsivo è stato utilizzato sempre meno e questo ha permesso a Luca di essere più veloce e di utilizzare le sue energie per perseguire altri risultati (gli errori ortografici, la produzione…). 
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mercoledì 29 dicembre 2010

Il laboratorio


Il laboratorio è una dimensione, un orientamento educativo didattico, propone delle atmosfere e dei processi. Non è, quindi, un luogo e neppure un momento, un’attività proposta di tanto in tanto, la cosiddetta attività laboratoriale: quando si parla di laboratorio bisogna pensare sostanzialmente ad uno stile di intervento.

Grazie alla dimensione laboratoriale, infatti, “si scopre che i modi per conoscere possono andare al di là degli itinerari convenzionali, spesso ritenuti unici percorsi per accedere al sapere, alle conoscenze; che il vedere delle immagini può richiamare alla memoria situazioni, odori, suoni, paure e che sentire degli odori può richiamare alla memoria una storia, un vissuto fatto di immagini, di parole, suoni; che gli itinerari della conoscenza non sono soltanto dei percorsi graduali e semplici, risultato di una addizione di percezioni sensoriali e di eventi, ma complessi ed articolati. (…) [1]

Nella dimensione laboratoriale c'è bisogno di un grande mago dei venti che produce dei vortici in cui i bambini si lasciano trascinare piacevolmente: l’insegnante.

L’insegnante regista che, pur perseguendo un progetto di base, è pronto a cogliere le occasioni che possono far scaturire l’emozione di conoscere per poi crearne di nuove. Situazioni nuove in cui ci siano diverse possibilità di azione perché tutti possano partecipare, essere attenti, comprendere, imparare. L'insegnante regista deve, inoltre, ricordare, che più le unità di insegnamento-apprendimento sono complesse e più il bambino impara poiché in una lezione polivalente può essere più facilmente coinvolto, essere attento, trovare lo stimolo adeguato al proprio stile di apprendimento.

Questa dimensione, infatti, non fa riferimento ad un’età anziché ad un’altra ma calibra le attività sulle diverse competenze poiché non è vero che ad una determinata età corrisponde una determinata competenza [2]. Ed essendo così, il laboratorio è il luogo ideale per tutti gli alunni. In questa dimensione, infatti, ciascuno dà il proprio apporto mettendo a disposizione ciò che sa fare e che già conosce, ma al contempo impara. Impara guardando, imitando, facendo. E più impara, più vuole imparare poiché in una dimensione di piacevole relazione, di non giudizio, di accettazione dell’errore è molto facile che nasca il desiderio di conoscere.

Il laboratorio, in sostanza favorisce l’apprendimento, facilita i rapporti interpersonali, sviluppa la fiducia nelle proprie capacità.


[1] Tratto da un intervento del Professor Nicola Cuomo sul sito http://www.edscuola.it/
[2] Il concetto di eterocronia (proposto da Renè Zazzo) stabilisce che ciascun individuo apprende in tempi e modi che non sono legati all'età e che non lo fa seguendo un percorso lineare e sincronico, ma che, invece, procede a zigzag, a volo di farfalla.

giovedì 23 dicembre 2010

Sull’emozione di conoscere ed il desiderio di esistere

Vorrei iniziare questa mia riflessione analizzando l’idea di conoscenza associata all’emozione. Penso, infatti, che l’emozione di conoscere e di far conoscere sia un sentimento che dovrebbe accomunare insegnanti ed alunni e che dovrebbe essere il motore che guida i processi che portano alla conoscenza. Troppo spesso, però, si ritiene che la conoscenza dipenda solo dalla buona volontà di chi è chiamato a conoscere, dal suo impegno che deve esserci sempre, indipendentemente da tutto. Il docente viene considerato, ancora troppo spesso, solo come il portatore di contenuti che deve trasmettere al discente. Il processo di insegnamento-apprendimento, infatti, sembra debba riguardare alcuni momenti specifici della giornata, quelli trascorsi a scuola e anche lì solo quelli in cui “si fa sul serio”. In questa idea di conoscenza l’emozione, nella sua accezione positiva, non entra mai: tutto rimanda a fatica, noia, se non addirittura fastidio. “Il tema l’emozione di conoscere”, invece, “vuole sottolineare che le esperienze, gli apprendimenti, il sapere non vanno considerati come una mera acquisizione di dati e di contenuti, ma rientrano nella storia, della nostra vita, nel vissuto di ciascuno. Si tratta di vivere e produrre modalità e contesti di innovazione e integrazione scolastica in situazione di benessere nell’apprendimento e nell’insegnamento. In altre parole il piacere e lo stato di benessere producono il desiderio e l’emozione di conoscere. Emozioni e conoscenza sono vene dello stesso tronco in cui circola tensione ed energia.” (N. Cuomo, Verso una scuola dell’emozione di conoscere, Edizioni ETS, Pisa, 2007, p. 89) 

Il tema "l'emozione di conoscere ed il desiderio di esistere" è stato ampiamente discusso ed analizzato dal Professor Nicola Cuomo (Docente di Pedagogia Speciale presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell'Univesità di Bologna) e dalla sua equipe e ne è nato un metodo realizzato, valutato e verificato da più di trent'anni a livello nazionale ed internazionale. Per ulteriori informazioni consultare il sito http://emozione.scedu.unibo.it/ .